1 dicembre 2015

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Il disturbo della dislessia colpisce in media 5 persone ogni 100. Ogni anno, secondo le stime, vengono diagnosticati in Italia 30.000 casi. Sono statistiche, numeri freddi: ma dietro ciascuno di questi numeri c’è la storia di una famiglia alle prese con le difficoltà quotidiane: una scuola non sempre pronta a riconoscere e ad accogliere gli alunni in difficoltà, le liste di attesa infinite di un Sistema sanitario che non sempre funziona, una società assente o disinformata.

 

Una testimonianza reale

Abbiamo raccolto la testimonianza di una nostra lettrice. Una di quelle che abita in un’isola felice – una regione dove i servizi funzionano, almeno in apparenza. Ma che per più di un anno si è scontrata contro muri di gomma, incomprensioni e ignoranza. Il suo nome resta anonimo, ma sua storia è reale.

 

“Mio figlio frequenta da qualche mese la seconda liceo: una scelta scolastica coraggiosa, dati i risultati non proprio brillanti conseguiti alla scuola media, nonostante l’impegno quotidiano. Ma grazie all’entusiasmo per le scienze umane, mio marito ed io abbiamo sostenuto la sua decisione nonostante, da sempre, il suo desiderio di immergersi in qualsiasi tipo di lettura e la sua qualità di scrittura e di lettura fossero scarse. Grazie a un carattere socievole, fin da subito il rapporto con i compagni di prima superiore è stato buono; tanto da farsi eleggere rappresentante di classe.

 

“Mamma, non sono solo distratto”

L’anno scorso, improvvisamente, mi ha chiesto di sottoporlo ai test per i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (Dsa): scriveva e leggeva esattamente come un suo compagno a cui il disturbo era stato diagnosticato e certificato. Quando – incredula – sdrammatizzai, mi rispose che si era stancato di pensare di essere SOLTANTO distratto. Spesso, infatti, invertiva le lettere (“caio” invece di “ciao”) e, nella lettura, doveva necessariamente scegliere se leggere fluidamente, senza comprendere il senso della frase; oppure capire il concetto, rallentando il ritmo.

 

5 mesi per una diagnosi

Pur molto scettici che la Dsa si rivelasse a 15 anni, ci siamo attivati tramite la Asl locale, per accertare quella che non è una malattia, ma soltanto una particolarità: per farlo occorrono una visita con la neuropsichiatra, poi test, infine la consegna della diagnosi. Prima telefonata in ambulatorio, in novembre. Primo incontro con la neuropsichiatra, in aprile dell’anno dopo: questi sono i tempi di chi non ha soldi da spendere.

 

Il “crollo” e la corsa dagli specialisti (privati)

Fino a gennaio il suo impegno scolastico era stato premiato da voti più che sufficienti. Ma dopo un’influenza che lo ha tenuto lontano da scuola per una settimana è crollato: le verifiche in classe successive al rientro hanno ottenuto i voti pari a quelli di un compito consegnato in bianco.

Ho chiesto immediatamente un colloquio con i rispettivi insegnanti. Mi è stato spiegato che i concetti espressi nelle verifiche erano corretti, ma esulavano dalle domande proposte. Più banalmente, mio figlio non aveva compreso i comandi. E’ stato in uno di quei colloqui che sono stata invitata a sottoporre mio figlio al test per la Dsa: la sua difficoltà di concentrazione in classe, unita al suo rendimento scolastico, erano compatibili con una diagnosi del genere.

Non avevo più tempo da perdere: ho ritirato la pratica della Asl e mi sono rivolta a una professionista privata, scoprendo un mondo fino ad allora sconosciuto. Ho navigato per ore in rete e mi sono fatta raccontare da un’amica l’esperienza della figlia, certificata dall’età di 6 anni.

 

Nove anni di scuola e mai un sospetto

Soltanto in quel momento ho compreso determinati comportamenti di mio figlio che, fino a quel momento, avevo attribuito esclusivamente al suo carattere: una serie di tic succedutisi nel tempo e poi scomparsi; la temporanea mancanza di concentrazione non solo sullo studio; il suo reiterato rifiuto di leggere perfino un trafiletto del giornale; l’ingiustificata (per me) noia espressa dopo la lettura di un romanzo “horror”; alcuni errori ortografici che ripeteva pur essendone consapevole; una lettura piuttosto infantile. Quante sgridate si era preso a causa del suo (apparente) scarso impegno!

Ho ricordato allora alcune frasi rivoltemi da insegnanti del passato: «Se suo figlio utilizzasse appieno la tua intelligenza, un 10 non basterebbe come voto! Non si applica come potrebbe, non ne ha voglia»; «Suo figlio va spesso in bagno e non segue la lezione»; «Gli dico di rileggere il tema, prima di consegnarmelo. Ma lui scrive così male che non capisce ciò che ha scritto!». Possibile che questi comportamenti non abbiano mai destato sospetti?

Ma dov’è stata, la scuola, in tutti questi anni? Della moltitudine di insegnanti che hanno istruito mio figlio dalla prima elementare alla prima superiore, possibile che uno soltanto di loro abbia avuto il sospetto della Dsa? Educatori e insegnanti dovrebbero essere maggiormente informati e sensibilizzati sulla questione.

 

Un premio inaspettato

La diagnosi consegnataci a fine maggio ha confermato dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia; diagnosi che abbiamo prontamente consegnato all’Istituto delle Scienze Neurologiche della Asl e alla scuola, che ne ha tenuto conto in sede di valutazione finale. Un premio inaspettato, che ha ripagato gli sforzi di mio figlio per recuperare le insufficienze e il senso di smarrimento che, da un giorno all’altro, ha colpito tutta la nostra famiglia.

Ma come sarebbe finita se noi non avessimo avuto i soldi da spendere rivolgendoci alla professionista privata? La risposta purtroppo è una sola: nostro figlio avrebbe perso un anno scolastico e, peggio ancora – dato l’impegno comunque profuso nello studio – avrebbe avuto una pericolosa caduta di autostima.

Grazie alla diagnosi di Dsa, quest’anno mio figlio dovrebbe poter usufruire degli strumenti compensativi (appresi quest’estate in un campus ad hoc) e dispensativi. Inoltre, esercizi specifici lo stanno aiutando a risolvere i problemi visuo-spaziale riscontrati dall’optometrista. Ma il suo sforzo maggiore sarà quello di dimostrare a tutti – compagni e insegnanti – che non è un “handicappato”.

 

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